Fontana, Gallera: il capolinea del disastro lombardo in fiera

Wolfbreak 14 Aprile, 2020

In una mattina come tante di ordinaria emergenza il 31 marzo 2020, Attilio Fontana, governatore della Regione Lombardia, dava appuntamento alla Fiera di Milano con grande enfasi a giornalisti, autorità e dirigenti sanitari alla Fiera di Milano, per una sorta di conferenza stampa e contestuale inaugurazione ufficiale del tanto voluto e proclamato nuovo presidio lombardo per combattere il Covid-19. Finalmente nasceva ufficialmente, tra annunci trionfali e squilli di tromba, il nuovo ospedale Covid in Fiera che, avrebbe dovuto, nelle intenzioni della Regione, sgravare le rianimazioni dei principali ospedali della zona, che in quei giorni vivevano momenti di massima criticità ed emergenza.

In realtà, dai volti smunti dei presenti, la sensazione percepita dai più e che ci fosse poco da festeggiare, l’unico che sembrava volerlo fare appariva solo Fontana. In realtà il primo a lanciare il progetto non fu Fontana ma Giulio Gallera, assessore della regione Lombardia alla sanità, che il 12 marzo u.s. così recitava: “I cinesi a Wuhan ci hanno messo 10 giorni a costruire un ospedale? I lombardi ne impiegheranno 6.” Al fine di raggiungere l’ambizioso obbiettivo, Fontana aveva voluto nella squadra anche il super-consulente Guido Bertolaso, l’ex capo della Protezione civile. 

Purtroppo, dopo i primi sopralluoghi, Bertolaso non poteva più proseguire nella supervisione della maxi opera perchè riscontrato positivo al Coronavirus, costretto persino al ricovero in ospedale e all’uscita di scena dopo pochissimi giorni dall’aver accettato l’incarico. 

Ad ogni modo nonostante i contrattempi e tempi dilatati, 18 giorni dopo il proclamo di Gallera, il 31 marzo il nuovo ospedale veniva inaugurato e mostrato al mondo intero a comprova dell’efficienza del modello sanitario lombardo. 

Dalle telecamere però più che un modello di efficenza si notava un modello di inadeguatezza e contraddizione alle regole finora propinateci riguardo il divieto di assembramento e distanziamento sociale. Eppure il giorno del battesimo ufficiale, il maxi-assembramento di giornalisti e invitati vari, in barba a ogni principio di sicurezza e senza il rispetto del metro di distanza regolamentare era consentito e forse venivano innescate le condizioni perfette per un nuovo focolaio. Ovviamente i social non si sono risparmiati sia con commenti ironici che fortemente critici riguardo le modalità organizzative del fatidico evento. Tra i commenti più esileranti: “Inaugurato il nuovo ospedale Covid. Ecco i primi pazienti”. Il problema è che questo era solo l’inizio della disfatta politica sanitaria Lombarda, che in realtà sempre riconosciuta come virtuosa nel passato aveva già conosciuto qualche scandalo.

A distanza di 14 giorni esatti dal taglio del nastro, l’ospedale è una cattedrale (deserta) nel deserto.  

Il progetto iniziale del “… più importante centro di terapia intensiva in Italia” prevedeva di poter ospitare circa 600 pazienti. Tali stime nel giro di una manciata di giorni si sono ridotti a 400, poi a 205. Infine, il giorno dell’inaugurazione, i letti di terapia intensiva effettivamente a disposizione dei pazienti affetti da Coronavirus erano 24, e da quel 31 marzo, secondo fonti ufficiali gli ospiti della prospettata magnificente struttura rimanevano 24, numero a 2 cifre ben lontano dalla nostre aspettative nondimeno attualmente sono solo 3. 

Purtroppo, l’assembramento all’inaugurazione ed il ridotto numero dei pazienti non sono gli unici punti dolenti del progetto Fiera, si pensi che l’ospedale è costato 21 milioni di euro, di denari provenienti in larga parte da donazioni spontanee e private. Ciò significa che ogni malato curato dalla Fiera è costato all’incirca, ad oggi, quasi un milione di euro. Senza contare che non c’è alcuna certezza neppure sugli sviluppi futuri dell’ospedale, una volta che l’emergenza sarà finita. Sembrerebbe che Fontana abbia comunque promesso il recupero e riutilizzo per nuove esigenze sanitarie della struttura, quanto però tra i più emerge l’amara convinzione che siano stati sprecati i denari generosamente donati e che tali risorse si sarebbero potute utilizzare diversamente, completando definitivamente uno sperpero di denaro e risorse private per fronteggiare l’emergenza.

Senza contate le circa 1000 assunzioni annunciate, tra medici, infermieri e figure di supporto, quando in realtà oggi sono circa 50 gli operatori sanitari effettivamente impegnati: circa un ventesimo. Non solo: ad aumentare l’inefficienza dell’ospedale contribuisce la sua posizione isolata rispetto a qualunque altro centro o reparto. Ciò rende, di fatto, impossibile – come lamentato da svariati medici, spesso in forma anonima per timore di ritorsioni – la possibilità di garantire diagnosi multiple e integrate da parte di figure professionali diverse: un aspetto fondamentale anche, e soprattutto, nella cura di pazienti Covid.

Sembra pertanto inevitabile non decretare il fallimento dell’ospedale in Fiera, nuova ombra sulla sanità Lombarda.

COMMENTI

SEGUICI